22 novembre 2021

La presenza dei fast food è legata al maggior rischio diabete2

 

DIABETOLOGIA | REDAZIONE DOTTNET | 03/11/2021

Lo rivela uno studio, pubblicato sul Journal of American Medical Association Network Open, condotto dagli scienziati della New York University Grossman School of Medicine

Negli Stati Uniti, vivere nei quartieri con una maggiore disponibilità di fast food potrebbe essere correlato a una maggiore probabilità di sviluppare diabete di tipo 2. A rivelarlo uno studio, pubblicato sul Journal of American Medical Association Network Open, condotto dagli scienziati della New York University Grossman School of Medicine, che hanno analizzato il legame tra la presenza di fast food e la possibilità di sviluppare diabete di tipo 2, malattie cardiache e alcuni tipi di cancro.

Il team, guidato da Rania Kanchi, ha utilizzato dati di una coorte di oltre quattromila veterani abitanti in diversi stati americani.

I ricercatori hanno valutato i fast food e i negozi di alimentari presenti nella zona di ogni soggetto in base alla tipologia dei quartieri, contraddistinti in quattro diverse categorie: urbani ad alta e bassa densità, suburbani e rurali. Gli autori hanno poi considerato l’incidenza di malattie croniche nella coorte di studio. Stando alle indagini del gruppo di ricerca, le persone che abitavano nei quartieri ricchi di fast food erano più frequentemente associate a un rischio di sviluppare diabete di tipo 2, mentre la presenza di supermercati sembrava ridurre il pericolo di incorrere di problematiche di salute legate al diabete.

“Abbiamo considerato una coorte molto generalizzabile dal punto di vista geografico – riporta Kanchi – i veterani sono stati seguiti per una media di cinque anni e mezzo. In questo periodo, al 13,2 per cento dei soggetti è stato diagnosticato il diabete di tipo 2.

Comprendere al meglio la relazione tra la disponibilità alimentare di un quartiere e le malattie croniche degli abitanti che lo abitano è fondamentale per attuare politiche di prevenzione mirate ed efficaci”.

“Come limite del lavoro – osserva Lorna Thorpe, collega e coautrice di Kanchi – abbiamo utilizzato una coorte di soli veterani, una fascia di popolazione soggetta a determinati bias di genere, età, nazionalità, etnia e abitudini di comportamento. Sarà pertanto importante in futuro valutare la possibilità di generalizzare i nostri risultati anche al resto della popolazione”.

Ti piace questo post?

Altre storie

Diabete autoimmune nei bambini, verso una possibile cura.

DIABETOLOGIA | REDAZIONE DOTTNET | 23/03/2018 La ricerca è stata condotta dal gruppo di Farmacologia del dipartimento di Medicina sperimentale dell’Università di Perugia Individuata una possibile cura per il diabete autoimmune nei bambini, con la presivione di una terapia personalizzata per una cura definitiva. La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Journal...

Pazienti col diabete 1 sono migliorati durante il lockdown.

DIABETOLOGIA | REDAZIONE DOTTNET | 14/05/2020 Ricerca dell’Università di Padova: riposo e tecnologie hanno ridotto la glicemia Nella prima settimana di lockdown completo, i pazienti affetti da diabete tipo 1 (quelli che dipendono dalle iniezioni di insulina) hanno visto migliorare il loro andamento glicemico grazie al riposo e alla tecnologia. Lo dice...

Diabete : la prevenzione è la migliore arma.

Ma finora ha fallito. Occorrono campagne come per il fumo e tassare il junk food La prevenzione è la prima arma vincente contro il diabete, eppure ad oggi è risultata “fallimentare”, perché inadeguata o insufficiente. Dal Congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete (Easd), i diabetologi internazionali ed il presidente...

Categorie

Newsletter

Iscriviti alla newsletter.

Privacy: Acconsento al trattamento dei dati personali