25 agosto 2022

Il sale fa aumentare la pressione sanguigna

 

La responsabilità è di un complesso proteico coinvolto nell’infiammazione

Il sale in cucina aumenta la pressione sanguigna in alcune persone, esponendole a un rischio maggiore di malattie cardiovascolari e morte. 

Un team di ricerca guidato dalla Vanderbilt University, in uno studio i cui risultati sono stati pubblicati su Circulation Research, ha ora scoperto che l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3, un complesso proteico coinvolto nella risposta infiammatoria, in alcune cellule immunitarie contribuisce all’ipertensione sensibile al sale.

Circa il 50% delle persone ipertese ha aumento importante della pressione sanguigna dopo aver consumato un pasto salato, così come il 25% delle persone con pressione sanguigna normale, secondo Annet Kirabo, professore associato di medicina e autrice senior dello studio. “L’aumento della pressione sanguigna in risposta al sale – spiega Kirabo – può essere abbastanza significativo da causare infarto, ictus e persino morte cardiaca improvvisa, eppure non è diagnosticato e non viene curato.

È un killer silenzioso”. La ricerca ha evidenziato che l’inflammasoma NLRP3 in un sottotipo specifico di cellule immunitarie cambiava dinamicamente nelle persone sensibili al sale. Con i dati di volontari umani in mano, i ricercatori si sono rivolti a modelli murini per studiare il meccanismo. 

 L’inibizione o la rimozione dell’inflammasoma ha eliminato la sensibilità al sale della pressione sanguigna e la sua aggiunta ha ripristinato invece la sensibilità. La comprensione di questo processo potrebbe rendere possibile sviluppare in futuro un esame del sangue per la sensibilità al sale correlata alla pressione sanguigna. “Potremmo considerare il meccanismo legato all’inflammasoma come un potenziale biomarcatore per scoprire se un paziente, con o senza ipertensione, è sensibile al sale o meno – conclude Ashley Pitzer, un’altra delle autrici dello studio – ciò potrebbe fornire ai medici un altro strumento per ridurre i rischi cardiovascolari dei propri pazienti”.

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